INTERVENTO DEL SARDISTA PROF. MICHELE PINNA

Pubblicato il 11 March 2013 08:19

immagine INTERVENTO DEL SARDISTA PROF. MICHELE PINNA Zona Franca perché e per chi? Chi dice che esiste già, chi dice che è da fare: ma come?


La Nuova dedica oggi alla zona franca un‘intera pagina (domenica 10/03/2013/). Da una parte un intervento dell‘economista Gianfranco Sabattini e dall‘altra riporta una serie di critiche rivolte in consiglio regionale all‘operato della giunta Cappellacci.
Nel dibattito in corso sulla rete c‘è, è vero, tanta confusione: ogn‘uno ha la sua idea ed il gioco sembra essere "a chi la spara più grossa". Tuttavia anche quel che riporta la nuova non mi pare che chiarisca ciò che appare abbastanza confuso né che getti luce nuova sulla questione.
Vorrei partire, per cercare di capire meglio, dall‘intervento del professor Sabattini. Nella prima parte del suo scritto emerge una constatazione: le zone franche doganali se non totalmente inutili, appaiono oggi degli strumenti superati dai tempi e dalle nuove dinamiche delle circolazioni delle merci. Tale tipologia di zona franca poteva avere un senso nell‘Ottocento quando attraverso l‘abbattimento delle imposizioni daziarie e doganali si poteva incidere notevolmente sui costi delle distribuzione delle merci determinando, così, la riduzione dei costi al consumo, con evidenti vantaggi per i fruitori ma anche per i produttori che acquistavano nei territori franchi, materie prime da trasformare a costi meno elevati. Va da sé che in un‘epoca in cui le barriere doganali si sono progressivamente ridotte, lo strumento di una zona franca doganale qualche presupposto di un rilancio produttivo e di un rilancio dei consumi diventa risibile. Per quanto restino in piedi i vincoli doganali sia sull‘introduzione di merci dai territori extra europei, sia sulla loro esportazione verso queste aree. Così come sono sottoposte a vincoli doganali sia le merci che vengono movimentate da e per, sia quelle merci che necessitano di finitura e che, temporaneamente, prima di essere rimesse in circolazione stazionano nelle zone franche. Vincoli che se abbattuti, in tutto o in parte, potrebbero costituire dei vantaggi per gli operatori. In tal senso i vantaggi di una zona franca di questa fattispecie dovrebbe, però, sancirli i numeri. Quante merci vengono movimentate, quante merci stazionano per lavori di finitura, quante restano per il mercato interno e quante sono destinate alla ripartenza per i mercati extracomunitari. Non senza sottolineare, poi, che il regime doganale lo stabiliscono lo Stato nazionale e le direttive europee. Non la regione, non i comuni, non le province, perciò. E che, per altro, alle direttive europee non sono gradite le esenzioni fiscali sulle imposte dirette né sulle imposte indirette.
Nella seconda parte del suo intervento il professor Sabattini ci ricorda che de iure la zona franca in Sardegna esiste già. Ed esiste in virtù del decreto legislativo del 10 marzo 1998, n. 75. Esiste perché tale decreto ha stabilito che in Sardegna sono istituite zone franche poiché lo Statuto della Regione Sardegna all‘art. 12 le prevede, (lo Statuto precisamente parla di punti franchi doganali) nei porti di Cagliari, Olbia, Oristano, Porto Torres, Portovesme, Arbatax ed in altri porti ed aree industriali ad essi funzionalmente collegati o collegabili. Infine emerge che trova, perciò, strano che in Sardegna si ri parli di zona franca ed esorta la politica a fare quel che deve perché quanto è sancito dal decreto citato diventi realmente operativo.
Aggiungerei che il decreto citato al punto 2 recita: "la delimitazione territoriale e le determinazioni di ogni altra disposizione per la sua operatività viene effettuata su proposta della Regione con conseguenti decreti del Presidente e del Consiglio dei ministri. Mentre al punto 3 del suddetto decreto è detto anche che "in sede di prima applicazione la delimitazione del porto di Cagliari è quella di cui all‘allegato aggiuntivo del 13 febbraio 97 dell‘accordo di programma dell‘ 8 agosto 1995, sottoscritto con il ministro dei trasporti.
Le considerazioni che vengono da fare, almeno al sottoscritto, sono in tale contesto almeno due: L‘istituzione delle zone franche portuali nelle zone franche richiamate dal decreto, ammesso che la Regione ed il Consiglio dei ministri facciano ciò che devono (e c‘é da chiedersi come mai non sia stato ancora fatto) restano delle zone franche circoscritte nello spazio geografico ad alcune aree; inoltre si tratta di zone franche doganali, e, potremmo dire, con lo stesso professor Sabattini "obsolete" e comunque "depotenziate" dai tempi. Quindi c‘è da chiedersi sul serio a chi servirebbero e, se così è, come anch‘io credo che sia, perché farle? La seconda considerazione che mi viene da fare è la seguente: se il porto di Cagliari è già un porto franco, come dovrebbe essere in base all‘allegato aggiuntivo citato, ha funzionato? Come ha funzionato? Quali sono stati i vantaggi per la Sardegna? Se dei vantaggi ci sono stati chi li ha avuti? Chi ce lo può dire?
Per quanto riguarda invece le critiche rivolte alla giunta Cappellaci l‘onorevole Paolo Maninchedda ricordando che la potestà d‘imporre o di eliminare vincoli doganali appartiene esclusivamente allo Stato fa notare che: sia quanto è previsto dai punti franchi statutari, sia quanto è previsto dal decreto 75/98 che determina l‘istituzione dei porti franchi in Sardegna in realtà viene annullato dal fatto che, in definitiva, è lo Stato che tira la fune delle franchigie e che ogni effetto positivo, benché di questi tempi non sarebbe che minimo, né verrebbe da esso vanificato. Vocazione politica centralista, vincoli burocratici, lacci e laccioli di ogni sorta, come da sempre accade, impantanerebbero ogni cosa. Allora egli propone che le zone franche doganali diventino l‘inizio di un processo per istituire in quelle stesse zone la fiscalità di vantaggio. Inserendo, cioè, nelle zone franche pensate nella storia e codificate dallo Statuto nel 48 come doganali, delle aperture di vantaggio fiscale, credo di capire, sia nella tassazione diretta che in quella indiretta. Andando a colpire, proprio, nel punto nevralgico su cui sia lo Stato sia L‘Unione europea rispondono piche. Per ovvie ragioni di cassa, la loro cassa, naturalmente. Ci vorrebbe, per andare in questa direzione, dice Maninchedda, una Regione coesa, autorevole, e bla, bla, bla. Certo e giusto. Ma anche qui, però, alcune considerazioni andrebbero fatte. Lo Stato e l‘Unione europea inibiscono ogni cosa. Bene! Cioè male! Decidono i regimi fiscali, quelli doganali e quant‘altro. Altrettanto male! La posizione politica dei sardisti è arci nota e l‘Onorevole Maninchedda se n‘è fatto più volte portavoce: "dobbiamo fare lo Stato sardo" che abbia sovranità sia in materia fiscale, sia in materia di sviluppo economico. Se la partita si gioca con l‘Europa ci sarebbe, allora, da aggiungere, anche, uno Stato sardo che si misuri con forza con l‘Europa più e meglio di quanto non fa quello italiano, ormai allo sbando. Torniamo a dare, perciò, dignità all‘azione politica. Se questo è il monito va bene. Ma allora se questo bisogna fare ed in questa direzione bisogna andare, nella direzione, cioè, di una vertenza fiscal-economica od economico-fiscale serrata con l‘Italia e con l‘Europa, perché cadere nella trappola del fare quello che è fattibile oggi ed attardarsi su quello che fin‘ora, pur potendolo e dovendolo fare, non è stato fatto? Ammesso, poi che diventi davvero fattibile, con questo consiglio e con questa giunta, ma poi con questo consiglio dei ministri. Già con quale? Cioè perimetrare i punti franchi, ad eccezione di Cagliari ( o mi sbaglio?) già perimetrata dal 97. L‘energia, l‘impegno, le battaglia politica che si portano avanti per fare cose risibili e cose depotenziate dal tempo, come sostiene anche il professor Sabattini, perché non utilizzarle, dico io, spendendole per fare cose più utili e più aggiornate ai nostri tempi? Una zona franca integrale per tutta la Sardegna. Per ottenere una zona franca che - defiscalizzando i costi che oggi servono ad alimentare lo Stato sprecone e spendaccione, ed un‘Europa che ci guarda con occhi minacciosi, impietosi che non lasciano alcuna speranza al perdono,- rilanci la produzione e crei nuova ricchezza?. Una zona franca che riducendo la tassazione diretta e indiretta rilanci la voglia di fare impresa, rilanci il lavoro e l‘economia reale e, perché no, anche i consumi? Quelli giusti, quelli veri, quelli autentici che servono all‘uomo per sentirsi tale?


Commenti (3)

commentato il 17 March 2013 22:33
Apprezzo l‘intervento del Prof. Pinna. Memoria mi insegna, però, che le battaglie non sono sempre così facili da vincere, occorrono diverse tattiche e diverse strategie. Alcune di queste potrebbero essere quella di puntare i piedi per terra una volta per tutte, non chiedere ma imporre sia al governo nazionale che al consiglio europeo quello che molti di noi ormai considerano un diritto acquisito, visto che nella bagna ormai ci siamo, non vediamo una via d‘uscita e... rotto per rotto, il vaso rompiamolo del tutto. tanto, cosa potrà succedere? Infine, mi consenta, però, Prof. Pinna, una considerazione: nell‘ambito agricolo che langue, è al collasso, le aziende chiudono ecc. mi permetta di farLe osservare che un calo dei tributi diretti ed indiretti, il calo dei prezzi di sementi e concimi, dei carburanti per la lavorazione dei terreni, la rinnovata voglia di fare e di investire, consentirebbe alla Sardegna di ritornare (partendo dall‘agricoltura già bistrattata e morta) ad essere terra

commentato il 13 March 2013 10:52
A completamento dell‘articolo di Michekle Pinna, l‘fficace intervista alla D.ssa Randaccio, sulla tematica ZF, oggi 13 marzo 2013,su La Nuova Sardegna. Miglior modo e chiarezza di esposizione per questo fondamentale contributo allo sviluppo della nostra Terra non poteva esserci.Grande............ Maurizio da Benetutti (SS)....isolato entroterra sardo.

commentato il 12 March 2013 00:08
Svegliamoci, non possiamo perdere questo treno!!!!!


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