SARDIES; DIBATTITO DOVE VA LA SARDEGNA

Pubblicato il 21 February 2013 14:56

immagine SARDIES; DIBATTITO DOVE VA LA SARDEGNA Sassari - "La Sardegna nel dibattito politico elettorale". Era questo il tema dell‘incontro-dibattito che si è svolto lunedì scorso nella sala Angioy del Palazzo della Provincia promosso dalla rivista Camineras, nell‘ambito delle iniziative promosse per i dieci anni dal primo numero. Sono intervenuti i candidati al Parlamento Alba Canu (Pd), Antonio Cardin (Psd‘Az), Patrizia Marongiu (Rivoluzione Civile) e Bustianu Cumpostu (Soberanìa - Indipendenza per la Sardegna).



A coordinare l‘incontro (che si è efficacemente svolto utilizzando due registri linguistici, il sardo e l‘italiano, a seconda della scelta del relatore) è stato Federico Francioni. «Pongo alcune domande. Innanzitutto, dobbiamo interrogarci su quale siano state le conseguenze dell‘industrializzazione in Sardegna. E allora, il futuro non è solo chimica verde. Quale può essere l‘alternativa? Un‘agropastorizia biologica, per esempio. E poi gli altri temi, a partire dal ruolo della donna nel processo di ripresa economica della Sardegna. Perché non facciamo in modo che il microcredito possa andare a gruppi di donne che si prendano cura dell‘economia?», ha detto Francioni in apertura.



«In questo ultimo ventennio abbiamo assistito all‘evoluzione di una situazione nazionale e regionale che ci ha riconsegnato un territorio distrutto economicamente e culturalmente», ha ricordato Alba Canu (Pd). Quale può essere l‘alternativa all‘industrializzazione? Un punto di partenza può essere la conoscenza (scuola ed università). «Stiamo però assistendo ad un fenomeno nuovo: 60mila giovani hanno rinunciato ad iscriversi all‘università. "Il Giornale" ha commentato questa diminuzione di iscritti come una cosa positiva, perché finalmente abbiamo smesso di pensare ad un egualitarismo pernicioso. Un ragionamento pericoloso. In Sardegna le cose non sono molto diverse: quanti dei nostri giovani neanche si iscrivono all‘università o completano gli studi con difficioltà? E allora occorre ricostruire il Paese e la nostra Sardegna partendo dalla formazione. Solo così possiamo avere una nuova economia basata sull‘innovazione tecnologia», ha detto ancora Alba Canu. E l‘industria? «Dire che la chimica a Porto Torres è stata un disastro pernicioso lo possiamo dire adesso a cose fatte. Negli anni in cui fu pensata c‘era da un lato l‘idea rovelliana sostenuta da ambiti politici legati al profitto ma c‘era anche l‘idea che in Sardegna si potesse finalmente costruire una classe operaia». E la chimica verde? «Dobbiamo stare attenti. Guardiamo invece alla green economy (che è cosa diversa dalla chimica verde). È l‘unico settore che non risente in maniera drammatica della crisi». Ed infine l‘imprenditoria femminile («Si presenta più solida di quella maschile e si sta diffondendo anche nel settore della green economy») ed il patrimonio culturale ed archeologico.



La crisi italiana si riverbera semplicemente sulla regione più debole, la Sardegna. Non abbiamo un km di autostrada, non c‘è il gas, non abbiamo un metro di elettrovia. Ed ospitiamo l‘80 per cento delle servitù militari. Manca poi la continuità territoriale: come facciamo ad essere competitivi?», ha detto invece Antonio Cardin (Psd‘Az). «Non abbiamo alternative alla Zona Franca. Non ci sono altre soluzioni. È un appuntamento fondamentale: ci vorrà magari qualche anno per ottenerla. Ma rimane un nostro diritto. Quando ci renderemo conto che la nostra situazione è diversa da quella italiana chiederemo l‘indipendenza. E mi ripeto ancora una volta: invito a votare qualunque partito che abbia nel suo programma l‘indipendenza, non solo il Psd‘az».



«Questo disastro ha una causa: chi ha governato la Sardegna finora, ovvero il sistema politico italiano. Gli eletti sono i rappresentanti dei partiti, non dei sardi», ha sottolineato Bustianu Cumpostu (Soberanìa), che si è poi soffermato su alcuni dati relativi al prelievo fiscale dello Stato e sulle spese della Regione, che, per esempio, finanzia totalmente la sanità con il proprio bilancio.



Scuola, cultura e università. Sono questi i tre pilastri su cui costruire il futuro della Sardegna secondo Patrizia Marongiu (Rivoluzione Civile). «In questi anni abbiamo assistito ad uno smantellamento della scuola pubblica. Un processo di cui si sono resi partecipi tutti i partiti al governo. Ed anche Monti ha fatto tagli alla ricerca scientifica». Ma come si può uscire dalla crisi? «Cominciamo a puntare sulla conoscenza e sulla cultura. Abbiamo tantissimi siti archeologici da valorizzare. Creiamo le competenze, con figure professionali specifiche». E la chimica verde? «Preferisco parlare di chimica sostenibile. Abbiamo industrie che possono essere convertite a soluzioni meno inquinanti. La plastica, per esempio, verrebbe prodotta con catalizzatori enzimatici». Siamo però sempre un‘isola. «Pensiamo a trasformarla da punto di debolezza in punto di forza. Mi riferisco a tutte le nostre peculiarità, che possiamo valorizzare. Riappropriamoci della nostra identità. Ma senza separatismo».


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