SPUNTI PER RIFLESSIONI SU ZONA FRANCA

Pubblicato il 10 April 2013 18:44

immagine SPUNTI PER RIFLESSIONI SU ZONA FRANCA RIFLESSIONE PROPOSTA DA Gianfranco Muggianu
Caro Bustianu, ho letto l‘articolo di Andrea Nonne, certamente corretto, certamente non condivisibile da parte mia. Per caso, sono testimone del mercato del lavoro tecnico professionale e non mi sfugge che il crollo dei fatturati (-27%quest‘anno) nella fase progettuale porterà un disastro amplificato per le fasi succes...sive, vedi edilizia e industria. Non vivo sulla Luna, come tutti assisto alla depressione delle attività in tutti i settori. Nell‘articolo, considero sbagliate le premesse sulla disoccupazione e penso che richiamare i dati statistici, in cui IVA e Accise sono quelle di tre anni, fa sia quantomeno ottimistico, le cifre eventualmente da "ripianare" saranno ben diverse, senza lavoro non ci sarà né IVA né altro purtroppo. Una nota infine sul numero di 110.000 posti di lavoro per 1,35 Mld. Vale a dire che 220.000 in cinque/dieci anni sarebbero quelli necessari per arrivare al pareggio. Non credo che possiamo avere obiettivi di molto inferiori visto che questi ci porterebbe a dimezzare la disoccupazione reale in Sardegna. E‘ per questo che la Politica deve occuparsi del tema, chiedendo sforzi straordinari anche ai migliori economisti. La stessa Regione, le Università dovrebbero immediatamente procedere in questa direzione, la tensione e alta e lo Stato non è nelle condizioni di restituire alcunché del pregresso. Zona Franca e Fiscalità di vantaggio, servono entrambe. Infine, ma primo per importanza, si deve ricostruire un orizzonte di speranza, che restituisca la necessaria fiducia, perché tutti ci rimbocchiamo le maniche. Di seguito allego la mia risposta all‘articolo citato: Ho letto le sue considerazioni intorno al recupero, attraverso imposte sul reddito da lavoro, di quanto si perderebbe per effetto dell’abbattimento di IVA e Accise, senza altri commenti sull’opportunità di modulare diversamente l’azione di riduzione di più imposte, sopratutto di quelle che richiedono minore “negoziabilità” con i diversi livelli istituzionali.
Vorrei fare però una premessa sul numero intorno al quale ruota il suo ragionamento: i disoccupati in Sardegna.
Su una popolazione di 1.639.000 abitanti la ripartizione per fasce di età fornisce:
200.000 età 0-14 anni;
168.000 età 15-24 anni;
211.600 età 25-34 anni;
814.126 età 35-64 anni;
326160 età >65 anni.
Di queste persone in età 15-64 anni risultano Attive 652.800;
Nella stessa fascia di età Risultano Inattive 460.100.
Fra le “Attive” vi sono i circa 110.000 disoccupati, che secondo l’Istat sono in cerca di lavoro da più di 15 anni. Lo stesso Istituto Nazionale ci dà il tasso di occupazione, che porta il numero a circa la metà delle Attive, in cui sono incluse tutte le differenti forme contrattuali, più o meno stabili, oltre al variegato popolo delle partite IVA, tutti comunque disposti a scappare ben volentieri dalla condizione lavorativa attuale.
Un dato recentissimo dice che in Sardegna ci sono circa 30.000 nuovi disoccupati solo nell’ultimo trimestre del 2012, compresi i lavoratori stagionali del settore turistico.
Occorre dunque riconsiderare che le persone senza lavoro sono in numero ben superiore ai disoccupati “ufficiali”.
Alla fine del mese di dicembre dello scorso anno, le persone in cerca di occupazione, iscritte presso i Centri dei Servizi per il Lavoro della Sardegna, sono state 407.875, di cui 293.942 disoccupati e 113.933 ancora in cerca di un primo impiego.
Per quanto premesso, creare il lavoro per quel numero apparentemente miracoloso di 110.000 persone dovrebbe essere un livello da cui partire e non l’obiettivo.
Che tutto ciò si persegua in un congruo numero di anni di avvio, da 5 a 10 per esempio, sarebbe ragionevole, si tratterebbe di iniziare con riduzioni graduali delle imposte (10-20% annuo), ad esempio con un obiettivo, alla fine del primo anno, di 30/35.000 nuovi posti di lavoro. Ragionare con un programma pluriennale, un percorso con un orizzonte percepibile, restituirebbe la fiducia necessaria a cittadini e imprese, senza la quale nessuna politica potrà avere successo.
La Zona Franca di cui allo Statuto e al decreto legislativo di attuazione, insieme alla ineludibile necessità di creare una forte fiscalità di vantaggio, nelle forme di stiamo ora discutendo, contiene argomenti sufficienti per attrarre investimenti. E’ auspicabile, per quanto ovvio, che tali investimenti siano orientati da una politica Regionale degna di questo nome, che preveda la crescita di determinati settori dell’economia con la penalizzazione di altri.
Aggiungo che la stessa Regione, con la L.R.10/2008, ha impegnato la Giunta a includere fra le aree funzionalmente collegate ai punti franchi, le superfici dei consorzi industriali, rendendo integrale e fisicamente connessa tutta la Sardegna in un tale fitto reticolo viario, che non è certo fatto di tubi in vetro ma di strade, il cui controllo doganale degli attraversamenti costituirebbe una vera e propria occupazione militare, se non si trattasse di un’unica Zona Franca.
In alternativa non vedo alcuna ricetta, ascolto e leggo le diverse posizioni politiche, ciò che si coglie è il deserto creato da posizioni “contro” qualcuno, mai per avanzare compiute e credibili proposte. Ho letto degli aiuti di Stato per ciò che viene chiamata zona franca urbana del Sulcis, il cui incerto finanziamento proviene da sanzioni applicate a industrie finanziate per decenni. Non capisco davvero a cosa siano serviti tutti gli sforzi politici e le norme create per consentire la creazione dell’unico strumento economico in grado di offrire una risposta credibile alla crisi in cui il rigore sta solo dando il colpo di grazia al sistema economico isolano. Sul nobel non sono d’accordo con Lei: il nostro presidente deve mettersi in fila e attendere la consegna del medesimo premio Nobel ai vari Amato, Prodi, Berlusconi, Monti e altri salvatori della Patria che lo hanno anticipato


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